Capita che Pomona sia un posto davvero scomodo da raggiungere col bus da Downtown. Capita che le band che mi interessano non tengano conto di questi dettagli. Capita di scoprire per caso un sito che si è dato il compito di popolare di gente plaudente gli studi dei talk show di Los Angeles. Capita così che la propria capoccia ondeggiante si ritagli un cammeo di 4 secondi totali in diretta-differita (concetto ostico, lo so) sulla ABC, all’interno del Jimmy Kimmel Live.
Un giorno ti svegli rendendoti conto che mancano solo 2 settimane alla fine dell’avventura e il pensiero più lucido che ti passa tra il collo del pigiama e la scodella di capelli arruffati è: non ho concluso un cazzo. Se non 14 post di un blog che ti dipingono come uno che ha passato un mese tra i corridoi di un supermercato. E allora capisci che è tempo di passare all’azione confusa e riparatoria su tutti i fronti: gente da intervistare, bibliografia da ampliare, cose da vedere e fare a Los Angeles. Secondo voi da quale ho iniziato?
Ehi, sapete una cosa? Ho visto e fatto un sacco di roba questo weekend!
Il sodalizio italo-sportivo con Roberto si allungato di un episodio venerdì mattina, quando siamo finiti a seguire il sorteggio per i mondiali di calcio alla ESPN Zone, location per eventi a tema sportivo tappezzata di schermi, a partire dal gigantesco mamma-schermo nella sala principale fino agli LCD-figlioletti appesi accanto ad ogni singolo tavolino della sala secondaria. Così, muniti di tricolori freschi di copisteria, abbiamo ammirato la madrina Charlize Theron moltiplicata per mille su ogni parete, mescolati ad una folla multicolore e polifonica che comprendeva una selezione di rari calciofili a stelle e strisce, un rumoroso manipolo di messicani, un paio di rappresentanti per ogni nazione europea o sudamericana e, soprattutto, la delegazione del consolato sudafricano con tanto di peluchone-mascotte, elmetti “stiamo lavorando per voi” e poderose trombette mugghianti.
Sabato è stata la volta del primo giretto a Hollywood, dove, calpestando i nomi delle maggiori personalità del mondo dello spettacolo (e tra superstar acclamate, chicche cinefile e una lunga serie di illustri sconosciuti, è stato bello vedere che hanno trovato uno spazio anche per Lui) ci si può inquietare per l’onnipresenza di strutture dedicate a Scientology (tra cui un’agghiacciante attrazione per bambini chiamata Ron Hubbard’s Winter Wonderland) o riflettere sul fatto che la potenza iconica dell’industria hollywoodiana finisce per sfamare una quantità impressionante di gente, anche con le briciole delle briciole del suo giro d’affari. E mi rifersico alle decine e decine di attori che non ce l’hanno fatta che girano per il quartiere conciati come i personaggi di quelli che ce l’hanno fatta. Cioè, se io il 4 dicembre vado in giro per Casalpusterlengo vestito da Batman è probabile che mi arrestino. Se lo faccio nel quartiere della “Fabbrica dei sogni” posso chiedere 5$ di mancia per una foto. Oppure si può pensare alle decine di negozi di vestiti vintage, che vendono e ri-vendono i costumi meno pregiati usati e ri-usati per le scene. Altrimenti non si spiega perchè uno dovrebbe comprarsi una divisa da fattorino, ecco. (che poi magari era questa).
Comunque, la cosa miglior da fare nel pomeriggio tra Hollywood e Sunseet Blvd è il giro di shopping extra-cinematografico, perchè la zona offre cose davvero difficili da credere, come l’enorme e storica fumetteria Meltdown Comics che ha in vetrina un’intera sezione di fumetti su Obama o lo Smoke Shop che vende bong intricatissimi alti dal metro in su, compreso uno firmato Hello Kitty.Ma in particolare mi riferisco all’Amoeba Music Store, al quale d’ora in avanti mi riferirò con il lessema “Paradiso”. Il Paradiso è una cattedrale di due piani tenuta in piedi da calcestruzzo e nerdaggine musicale, letteralmente tappezzata di cd, dvd, musicassette, 33 e 45 giri, usati e nuovi, di qualunque genere musicale mai apparso sulla terra. A parte il liscio. Il Paradiso penso sia l’unico posto dove puoi trovare senza problemi 8 diverse pubblicazioni discografiche degliStereo Total. Manco a casa loro. In Paradiso vendono le locandine originali dei tour di tutti i gruppi storici della musica anglosassone (e io mi son preso quella del primo concerto visto in vita mia.) E oltre a libri, magliette, spillette, adesivi a tema musicale, hanno anche una sezione giochi in scatola, dalla quale spicca un’improbabile confezione di Grateful Dead-opoly. Ma in paradiso non si accontentano di trionfare semplicemente su tutti i negozi di musica del mondo. No no .Si fregiano anzi di una sezione cinema spaventosa, con uno scaffale di 3 metri dedicato ai dvd delle edizioni Criterion (che, per i non studenti del DAMS, sono le uniche a dare un senso alla locuzione “contenuti speciali” nell’industria dell’home-video) e interi settori dedicati alla stand-up comedy e al documentario sportivo. In paradiso ti vendono perfino delle magliettazze nere in stile metal con su nome e logo del tuo regista di culto, da Cronenberg, a Scorsese, passando per Herzog.*
Uscito dal Paradiso sono giusto riuscito a fotografare uno dei tamarrissimi Hummer-Limousine che girano da queste parti prima infilarmi all’Arclight Theatre, multisala clamoroso con tanto di macchinette touch-screen per i biglietti e maschera che ti fa un discorso di presentazione del film prima che spengano le luci, appena in tempo per la proiezione del nuovo Wes Anderson. Che consiglio al mondo intero di andare a vedere. Da bravi, aspettate trepidanti l’uscita italiana ad Aprile. MUAHAHAHA.
Il giorno dopo, per concludere il weekend, sono andato alla proiezione in università di Valentino: the Last Emperor, alla presenza del regista Matt Tyrnauer. Inutile dire che gli spettatori erano tutti agghindati a modo per tener fede alla raffinatezza del gusto italiano, mentre io, unico italiano per davvero, sfoggiavo una maglietta viola con stemma giallo fosforescente sotto una felpa color salmone. Comunque, documentario piacevole e più che piacevole discussione successiva col regista: persona seria, spiritosa e intelligente, oltre che grande amante del Belpaese, nonostante non sia riuscito a fare a meno di pronunciare il classico triumvirato dello stereotipo: “pizza”,“mafia” e “Berlusconi”, il quale ha definitivamente scalzato dal podio il vetusto mandolino.
In realtà la domenica è stata fruttuosa anche per le ricerche sulla tesi: dopo svariati tentativi resi vani da disguidi tecnici e burocratici, sono riuscito quasi per caso (o per la candida incompetenza di una bibliotecaria) ad ottenere una tessera della biblioteca di USC, così da potermi tenere per me i libri scovati sugli scaffali giusto giusto per quelle due settimane che mi basteranno a recuperare gli intoppi di un mese. Eggià. E, per riuscirci, dopo sta spataffiata di post è probabile che mi prenda qualche giorno di pausa dal blog per dedicarmi alla lettura. Ri-eggià.
Ah, dimenticavo: dal sito del paradiso puoi scaricarti un gazillione di mp3 gratis. Tipo questo qui: Black River Killer, dei fino-a-due-giorni-fa-a-me-sconosciuti Blitzen Trapper.
PORCHERIA RAMA:
Crema dessert al gusto zucchero filato della Jelly Belly:7( per ora vince a mani basse il premio “cazzata fantasia”)
Chicharrones: 4,5 (sembravano patatine, poi ho scoperto che si tratta di lardo di maiale fritto…)
* In quelle ultime cinque righe ho menzionato tre cose che potrebbero aver causato attacchi di rabbia e salivazione invidiosa ad uno dei miei più assidui lettori. Perdonami. Sappi che mentre camminavo in Paradiso ti ho pensato spesso.
Poche novità tra le cose viste. Per lo più ho passato il tempo a maledire una serie imbarazzante di problemi tecnici, tra il Wi-fi ballerino, le lezioni segnalate sul sito di USC ma inesistenti nella pratica e le interviste fissate su Skype quando Skype decide di non funzionare più. Ah, e in biblioteca sono stato abbordato da un tizio messicano con manie di persecuzione, fissato con l’apocalisse e con gli studenti italiani. E dopo le babbione col visierino, comincio a chiederemi se il fascino del belpaese non mi stia remando contro.
Però un paio di cose ancora su Downtown ve le posso raccontare, va. Posso parlarvi di Pershing Square, piazza principale del quartiere, con le sue palle e cubi di cemento colorato, che cerca in tutti i modi di sembrare natalizia sotto il sole delle 2 del pomeriggio, addobbando le palme come fossero abeti e sperando che la pista di pattinaggio sul ghiaccio non si sciolga da un momento all’altro. Oppure posso spendere qualche parola sui distretti in cui il quartiere è suddiviso, compartimenti stagni di merci trattate e tipologie umane ospitate. C’è il Financial District, quello dove si cammina sormontati dai grattacieli, frequentato da indaffaratissimi manager che si dimenano addentando panini per strada mentre discutono animatamente con le proprie orecchie griffate dal Bluetooth. C’è il Toy District, che visiterò appena sotto Natale, perchè dovrebbe valerne maggiormente la pena, specializzato in giocattoli e articoli tecnologici. C’è il Jewelery District, luccicante e chiassosa enclave sudamericana, espressione del gusto latino per la patacca dorata, dove le facce, i baracchini e i negozietti di vestiti affastellati continuano a darti la sensazione di passeggiare dalle parti del terzo mondo, nonostante la distesa di gioiellerie con le vetrine grondanti collier, orecchini e catenine. Per dirvi, ho rinnovato l’abbonamento al bus in un bugigattolo di 2 metri per 2 che vendeva anche biglietti della lotteria, sigarette, orologi a muro, sveglie, vestiti e immaginette sacre. Non è esattamente Via della Spiga, ecco. Oltretutto Le domeniche diventa un distretto di scatole vuote, perchè tutti gli espositori di gioielli rimangono vuoti per evitare rapine. Poco più in là invece c’è il Fashion District, oasi freak-chic frequentata da artistoidi coi capelli prugna e i pantaloni a pipistrello, unico posto della zona in cuidove capita trovarsi in una mini-galleria d’arte gestita da un rasta sessantenne o, grazie al cielo, in una libreria, merce che sembra essere rarissima qui a Downtown. Mi sono fatto anche due chiacchiere con la versione afroamericana di Meg Ryan in C’è Posta Per te, che a suon di sorrisi mi ha convinto a comprare 3 libri.
Dunque, a margine di ogni distretto capita di assistere al mescolarsi un po’ schizzinoso di uomini d’affari sotto stress, messicani ingelatinati con camicia aperta e catenazza e stiliste con le meches agentate e larghi golfini a pois. Ma quello che tiene davvero unita Downtown, il collante onni-presente del tessuto losangelino, l’esercito che rimane a pattugliare il luogo anche dopo che al calare del sole i lavoratori fuggono alle proprie case o in un locale di West Hollywood, sono ibums, aka homeless, in gergo italico barboni, presenti a Los Angeles in uno stock completo che ne comprende qualità, dimensione, colore e, poretti, odore. A voler fare i cinici, schedandoli in base ad un dato in questo caso alquanto indecifrabile come l’età apparente, sembrano seguire delle precise parabole devolutive: dai venti ai trentacinque sono a malapena distinguibili dal passante ordinario, perseguono con impegno una cura in certo modo rassicurante nell’aspetto e si industriano quasi divertiti nel ventilare balle per strapparti un centesimo; verso la mezza età si perdono d’animo e sconnettono le frasi dall’obiettivo finale di una moneta, e se si dedicano ad una causa è quella di predicare l’Apocalisse appesi a cartelli sgrammaticati; oltre quell’età si trasformano definitivamente in uomini-lumaca, che avanzano raggrinziti e avulsi da ciò che li circonda, aggrappati alla loro casetta di buste racchiusa in un carrello della spesa, che ogni tanto controllano a vista, buttati in un angolo a leggere un giornale di settimane fa mentre si massaggiano i piedi. E poi vabbè, ci sono quelli che frequentano le biblioteche pubbliche con il preciso scopo di non farmi studiare.
Dopo questa sequela un po’ inacidita di mugugni, devo però concedere spazio a qualche buona notizia: la prima è che ho nella chiavetta USB il biglietto d’ingresso per un evento sul mio argomento di ricerca e nella casella mail la promessa di un tizio che conta di farmi intervistare ospiti e avventori vari. La seconda è che ieri ho ottenuto la mia prima intervista faccia a faccia. E’ bastato insistere pedantemente di dare un senso al mio viaggio di 8000 km, e l’intervistato in questione ha acconsentito a fare due chiacchiere nel suo ufficio. Sarà che si tratta di un tizio che a vederlo dimostra 3 anni meno di me, e al sottoscritto fino all’anno scorso la gente chiedeva se ero preparato per l’esame di maturità. Ma posso dire che c’è solo da imparare da un ragazzo che si è trovato un lavoro divertente e discretamente pagato grazie a una mano infilata in un calzino. Oltretutto, dopo un’oretta di piacevole chiacchierata in un ambiente dove gente più giovane di me sgobba allegramente con la dedizione dei bestemmiatori bluetooth del Financial District, la tattica del “acciamoci una chiacchierata faccia a faccia, dalle parti tue” ha dato i suoi frutti dato che in ascensore mi ha attaccato bottone un pacioso panzone che scrive programmi Yahoo. Mi ha rifilato il suo contatto senza neanche chiederlo, dicendomi di fare un giro sul suo sito e di contattarlo se mi interessa un intervista. Non è esattamente il tipo di professionista che avevo in mente per le mie ricerche, ma come si fa a negare un’intervista ad un ciccione giocherellone che passa il tempo a parlare affettuosamente coi tranci di pizza?
Sulle fragili ali delle buone notizie facciamo gli ottimisti e quelli che ascoltano musica così cool che piacerebbe anche ai prunocriniti del Fashion-District: Dog Days are Over di Florence and the Machine
PORCHERIA-RAMA:
Breakfast Deluxe al McCafè: 7,5 (non ce n’è, i pancakes con lo sciroppo d’acero vengono buoni anche da McDonald’s. Andrebbero introdotti in Italia. La frittella di hashbrowns e L’hamburgerino con l’uovo li avevo già assaggiati alla stazione Termini)
Mixed Fried Chicken Combo da Pollo Campero: 5 (è il fast-food più vicino a casa. Ci volevo entrare da un po’, non ci entro più.)
Settimana strana questa. Strana per non dire buttata via. La casella mail doveva riempirsi buone notizie, il registratorino di informazioni utili, la mia testa di iniziative entusiaste. E invece niente. Qualcuno si è dato malato, qualcuno ha rimandato a data da destinarsi, qualcuno si è semplicemente polverizzato nel nulla.
In realtà, spero che il problema sia solo che ci si è messo di mezzo il Thanksgiving, ovvero la festa in cui gli americani inscenano il Natale un mese prima del Natale, semplicemente sostituendo l’abete addobbato con un gigantesco tacchino ripieno. Che io sappia anche il 25 Dicembre è parecchio sentito da ste parti (oggi al supermercato la radio canticchiava Jingle Bells Rock), ma il Giorno del Ringraziamento è proprio quello dedicato a chiudersi in casa con la famiglia a riempire gallinacei per riempircisi lo stomaco davanti alla partita di football tradizionale (a Natale tocca al basket. A sto punto Il baseball sarà tipico di Pasqua. Indagherò..). Comunque, per 2 giorni la spaventosamente trafficata Los Angeles è diventata un deserto di cemento: negozi, musei e biblioteche rigorosamente chiusi, aperto solo qualche ristorante per i casalinghi più pigri. Mi sono perlopiù buttato su qualche libro che avevo già, rimandando l’azione alla settimana successiva.
Ma ho avuto anch’io la mia brava fetta di tacchino. L’ho gustata ad un tavolo di un ristorante a buffet in compagnia di un 70enne ex cantante lirico della Germania Est e di una guardia di sicurezza koreana che ha vissuto 30 anni alle hawaii. A guardarci da fuori probabilmente sollevavamo più di qualche interrogativo. Però,che diamine, a Klaus lo dovevo, dopo essere sopravvissuto i primi giorni grazie alle scorte che aveva preparato in previsione del mio arrivo (cioè l’arrivo di un tizio che non aveva mai visto in vita sua). Così io e il bonario Mr. Park abbiamo pacificamente passato la serata a raccogliere i racconti di vita del nostro amico teutonico, tra i dettagli sulla sua malattia e i ricordi del cielo infuocato durante il bombardamento di Brema. Gli si deve riconoscere che ne ha passate davvero tante.
Siamo finiti anche nella hall albergo dove ha passato i suoi primi mesi in America, io e Park a berci una birra discutendo di suonatori di Ukulele, lui ha raccontare a camerieri, clienti e receptionist quanto il posto fosse incredibilmente cambiato rispetto a suoi tempi. Tra una chiacchiera e l’altra, ho scoperto che se noi in Italia abbiamo il cinepanettone, da ste parti non si fanno mancare il cinetacchino, ovvero la fuitina al cinema post-abbuffata. Così è finita che Klaus, che non metteva piede in una sala cinematografica dagli anni sessanta, si è accomodato accanto a noi per assistere a Ninja Assassin, la commovente storia di un tizio che fa le flessioni in verticale su un letto di chodi, tiene le lame rotanti nella lavastoviglie e poi le tira fuori per affettare la faccia alla gente.Un sacco di gente. Insomma, un bigino filmico di truzzaggine contemporanea, con ettolitri di vernice rossa digitalmente spruzzata in ogni dove e katane affilatissime che ti sfiorano l’orecchio in dolby surround. Tenendo conto che Klaus, anche quarant’anni fa, non penso fosse tipo da spingersi più in la della crudezza visiva di Tutti Insieme Appassionatamente, l’impatto dev’essere stato devastante. Per fortuna è riuscito ad attutire il colpo dormendosela per metà film e svegliandosi solo per lamentarsi della sporcizia lasciata dai giovinastri mangia-popcorn accanto a lui. Nonostante questo, penso che l’industria cinematografica abbia definitivamente perduto un potenziale spettatore.
Ah poi due giorni dopo, dato che roba da fare non ce n’era, sono andato a farmi un giretto sull’Oceano. E ho capito perchè qua ce l’hanno tanto su con i trasporti pubblici. Semplicemente le distanze nella metropoli sono ingestibili in autobus. Ci ho messo un’ora e un quarto ad arrivare a Santa Monica, e al ritorno mi sono smarrito la fermata, ho preso un altro bus che pensavo andasse dalle mie parti ma sono finito in un quartiere di gente con lo yarmulke in testa, in pieno Shabbath (quindi ancora meno attività aperte in giro), da dove i grattacieli di Downtown sembravano piccoli piccoli.
Comunque ne è valsa la pena, perchè aSanta Monica sembra di stare sul set di Baywatch. Ci sono la dunette di sabbia infinita, le onde che sbatacchiano i surfisti, i guardaspiaggia con la tavoletta rossa, la gente che sul vialetto accanto si distrugge di jogging, yoga, addominali, anelli, lezioni di boxe, oppure sfreccia in bici, rollerblade, skateboard e qualcuno pure in sedgway. Molto carino anche il Santa Monica Pier, il pontile con i ristoranti di pesce (Bubba Gump Shrimp!), le giostre, i venditori di zucchero filato e i suonatori caraibici di pentolaccia. Lo so, mi direte, a parlarne sembra il lungo mare di Rimini, anche li le fanno ste cose. E vabbè, qua le fanno in scioltezza e con più stile perchè è decenni che le fanno, ok? Qua le faceva Mitch Buchannon, diamine.
In attesa di riempire la saccoccia di cose più concrete questa settimana, ci abbandoniamo al clima esotico e solare di questo strana autunno e ci ascoltiamo una canzone che con ritimi africani ci parla di orzate rinfrescanti in pieno dicembre (vedi il Porcheria-Rama qui sotto): Horchata dei Vampire Weekend. A presto, aspettando di aver cose più pregnanti da comunicarvi.
PORCHERIA-RAMA
Thanksgiving special da Sizzler: 8 (il tacchino ripieno è fantastico, basta non metterci la salsa di mirtilli che ci mettono tutti)
Horchata (tipo l’orzata ma più zuccherosamente americana): 7
Pop goes the bottle (Bevanda gassata al dichiarato sapore di chewing-gum) : 5,5
Cheetos Puffs(le nostre patatine al formaggio, solo con una quintalata di colorante arancione): 6
Oggi ho fatto uno strappo alla regola e mi sono comprato una confezione di sanissima Caesars Salad (7). Il fatto è che ho dei puntini rossi sul collo e sulle mani. E sospetto che questa rubrica c’entri qualcosina. Ina-ina.
il blog è in vita da 3 settimane esatte e giusto ieri, con il post su Las Vegas, ha superato le 1000 visite, che per la blogosfera con la puzza sotto al naso sono briciole di bruscoletti, ma per noi blogghettari senza pretese che si divertono con gli amici sono già un bel traguardo. E a quanto pare è un trend in crescita. Grazie a tutti, non me lo aspettavo.
Inoltre sono lieto di annunciare che chiunque si mettesse a cercare su Google “chincaglieria kitsch”, si troverebbe davanti questo blog come primo risultato. Sono ufficialmente un alfiere della plasticaccia becera. Oh Yeah.
PS: Se tutto va bene, i prossimi post dovrebbero tornare a lunghezze leggibili dall’essere umano mediamente impegnato a fare cose costruttive nella vita. Non vi preoccupate e state sintonizzati.