Poche novità tra le cose viste. Per lo più ho passato il tempo a maledire una serie imbarazzante di problemi tecnici, tra il Wi-fi ballerino, le lezioni segnalate sul sito di USC ma inesistenti nella pratica e le interviste fissate su Skype quando Skype decide di non funzionare più. Ah, e in biblioteca sono stato abbordato da un tizio messicano con manie di persecuzione, fissato con l’apocalisse e con gli studenti italiani. E dopo le babbione col visierino, comincio a chiederemi se il fascino del belpaese non mi stia remando contro.
Però un paio di cose ancora su Downtown ve le posso raccontare, va. Posso parlarvi di Pershing Square, piazza principale del quartiere, con le sue palle e cubi di cemento colorato, che cerca in tutti i modi di sembrare natalizia sotto il sole delle 2 del pomeriggio, addobbando le palme come fossero abeti e sperando che la pista di pattinaggio sul ghiaccio non si sciolga da un momento all’altro. Oppure posso spendere qualche parola sui distretti in cui il quartiere è suddiviso, compartimenti stagni di merci trattate e tipologie umane ospitate. C’è il Financial District, quello dove si cammina sormontati dai grattacieli, frequentato da indaffaratissimi manager che si dimenano addentando panini per strada mentre discutono animatamente con le proprie orecchie griffate dal Bluetooth. C’è il Toy District, che visiterò appena sotto Natale, perchè dovrebbe valerne maggiormente la pena, specializzato in giocattoli e articoli tecnologici. C’è il Jewelery District, luccicante e chiassosa enclave sudamericana, espressione del gusto latino per la patacca dorata, dove le facce, i baracchini e i negozietti di vestiti affastellati continuano a darti la sensazione di passeggiare dalle parti del terzo mondo, nonostante la distesa di gioiellerie con le vetrine grondanti collier, orecchini e catenine. Per dirvi, ho rinnovato l’abbonamento al bus in un bugigattolo di 2 metri per 2 che vendeva anche biglietti della lotteria, sigarette, orologi a muro, sveglie, vestiti e immaginette sacre.
Non è esattamente Via della Spiga, ecco. Oltretutto Le domeniche diventa un distretto di scatole vuote, perchè tutti gli espositori di gioielli rimangono vuoti per evitare rapine. Poco più in là invece c’è il Fashion District, oasi freak-chic frequentata da artistoidi coi capelli prugna e i pantaloni a pipistrello, unico posto della zona in cuidove capita trovarsi in una mini-galleria d’arte gestita da un rasta sessantenne o, grazie al cielo, in una libreria, merce che sembra essere rarissima qui a Downtown. Mi sono fatto anche due chiacchiere con la versione afroamericana di Meg Ryan in C’è Posta Per te, che a suon di sorrisi mi ha convinto a comprare 3 libri.
Dunque, a margine di ogni distretto capita di assistere al mescolarsi un po’ schizzinoso di uomini d’affari sotto stress, messicani ingelatinati con camicia aperta e catenazza e stiliste con le meches agentate e larghi golfini a pois. Ma quello che tiene davvero unita Downtown, il collante onni-presente del tessuto losangelino, l’esercito che rimane a pattugliare il luogo anche dopo che al calare del sole i lavoratori fuggono alle proprie case o in un locale di West Hollywood, sono i bums, aka homeless, in gergo italico barboni, presenti a Los Angeles in uno stock completo che ne comprende qualità, dimensione, colore e, poretti, odore. A voler fare i cinici, schedandoli in base ad un dato in questo caso alquanto indecifrabile come l’età apparente, sembrano seguire delle precise parabole devolutive: dai venti ai trentacinque sono a malapena distinguibili dal passante ordinario, perseguono con impegno una cura in certo modo rassicurante nell’aspetto e si industriano quasi divertiti nel ventilare balle per strapparti un centesimo; verso la mezza età si perdono d’animo e sconnettono le frasi dall’obiettivo finale di una moneta, e se si dedicano ad una causa è quella di predicare l’Apocalisse appesi a cartelli sgrammaticati; oltre quell’età si trasformano definitivamente in uomini-lumaca, che avanzano raggrinziti e avulsi da ciò che li circonda, aggrappati alla loro casetta di buste racchiusa in un carrello della spesa, che ogni tanto controllano a vista, buttati in un angolo a leggere un giornale di settimane fa mentre si massaggiano i piedi. E poi vabbè, ci sono quelli che frequentano le biblioteche pubbliche con il preciso scopo di non farmi studiare.
Dopo questa sequela un po’ inacidita di mugugni, devo però concedere spazio a qualche buona notizia: la prima è che ho nella chiavetta USB il biglietto d’ingresso per un evento sul mio argomento di ricerca e nella casella mail la promessa di un tizio che conta di farmi intervistare ospiti e avventori vari. La seconda è che ieri ho ottenuto la mia prima intervista faccia a faccia. E’ bastato insistere pedantemente di dare un senso al mio viaggio di 8000 km, e l’intervistato in questione ha acconsentito a fare due chiacchiere nel suo ufficio. Sarà che si tratta di un tizio che a vederlo dimostra 3 anni meno di me, e al sottoscritto fino all’anno scorso la gente chiedeva se ero preparato per l’esame di maturità. Ma posso dire che c’è solo da imparare da un ragazzo che si è trovato un lavoro divertente e discretamente pagato grazie a una mano infilata in un calzino. Oltretutto, dopo un’oretta di piacevole chiacchierata in un ambiente dove gente più giovane di me sgobba allegramente con la dedizione dei bestemmiatori bluetooth del Financial District, la tattica del “acciamoci una chiacchierata faccia a faccia, dalle parti tue” ha dato i suoi frutti dato che in ascensore mi ha attaccato bottone un pacioso panzone che scrive programmi Yahoo. Mi ha rifilato il suo contatto senza neanche chiederlo, dicendomi di fare un giro sul suo sito e di contattarlo se mi interessa un intervista. Non è esattamente il tipo di professionista che avevo in mente per le mie ricerche, ma come si fa a negare un’intervista ad un ciccione giocherellone che passa il tempo a parlare affettuosamente coi tranci di pizza?
Sulle fragili ali delle buone notizie facciamo gli ottimisti e quelli che ascoltano musica così cool che piacerebbe anche ai prunocriniti del Fashion-District: Dog Days are Over di Florence and the Machine
PORCHERIA-RAMA:
Breakfast Deluxe al McCafè: 7,5 (non ce n’è, i pancakes con lo sciroppo d’acero vengono buoni anche da McDonald’s. Andrebbero introdotti in Italia. La frittella di hashbrowns e L’hamburgerino con l’uovo li avevo già assaggiati alla stazione Termini)
Mixed Fried Chicken Combo da Pollo Campero: 5 (è il fast-food più vicino a casa. Ci volevo entrare da un po’, non ci entro più.)